Il moloch degli schizzinosi

Fra le misure della legge di stabilità era previsto in origine l’aumento d’orario per gli insegnanti di ruolo da 18 a 24 ore settimanali. Questo nel 2013 avrebbe comportato un risparmio di 273 milioni, per riduzione di costi delle supplenze, nel 2014 di 713 e, molto probabilmente, a regime, un risparmio ulteriore come conseguenza di miglioramenti organizzativi. Si tratta di un aumento di ore di lavoro consistente, il 25 per cento.
5 AGO 20
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Fra le misure della legge di stabilità era previsto in origine l’aumento d’orario per gli insegnanti di ruolo da 18 a 24 ore settimanali. Questo nel 2013 avrebbe comportato un risparmio di 273 milioni, per riduzione di costi delle supplenze, nel 2014 di 713 e, molto probabilmente, a regime, un risparmio ulteriore come conseguenza di miglioramenti organizzativi. Si tratta di un aumento di ore di lavoro consistente, il 25 per cento. Ma l’orario scolastico attualmente, di media, è di 206 giorni di lezione per attività didattica svolta su sei giorni la settimana o di 174 giorni per attività didattica concentrata in cinque giorni. Nel caso di orari di 6 giorni settimanali, l’impegno medio passa da tre a quattro ore al giorno. Invece nel caso di orari di cinque giorni passa da poco più di tre ore e mezza a un po’ meno di cinque al giorno. E’ vero che c’è anche un impegno a casa, per la correzione di compiti e la preparazione delle lezioni. Ma questa richiesta di aumentare gli orari di lavoro degli insegnanti non comporta comunque un impegno paragonabile a quello che viene chiesto nei contratti aziendali – fatti di orari notturni a rotazione, di disponibilità a orari straordinari e non programmati, di lavoro nelle festività, di riduzione di pause o delle ferie – che implicano maggiore ore di lavoro a parità di paga.
Questo accade in altri settori produttivi, esposti alla concorrenza internazionale o che necessitano un adeguamento a standard globali di efficienza e produttività. La liberalizzazione degli orari dei negozi ha comportato aumenti di ore lavorate per molti titolari di piccole aziende, senza che ciò implicasse automaticamente un aumento dei ricavi. Nel caso delle imprese, le modifiche di orari sono richieste per ridurre i costi di produzione e reggere la competizione straniera. Per il pubblico impiego si tratta invece di ridurre i costi dei servizi pubblici, per evitare che il pareggio del bilancio sia ottenuto solo con l’inasprimento fiscale. Lo stesso argomento ha indotto ad accrescere gli anni di lavoro prima della pensione. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha giustamente suggerito ai giovani di non fare gli schizzinosi quando si tratta di scegliere la prima occupazione. Gli insegnanti a cui si chiede di aumentare l’orario hanno già un posto fisso e non sottoposto ai rischi congiunturali. E’ troppo chiedere anche a loro e ai loro sindacati di non fare gli schizzinosi e adeguarsi?